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LA MOTIVAZIONE NELLO SPORT GIOVANILE
Patrizia Steca
Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Milano “Bicocca”
Occuparsi di motivazione in ambito sportivo vuol dire sostanzialmente studiare i meccanismi e i processi che rendono un’attività preferibile ad un’altra e che garantiscono l’impegno, la persistenza e la realizzazione degli obiettivi che sono stati stabiliti.
Sono evidentemente molte le ragioni per occuparsi di motivazione in ambito sportivo. Innanzitutto esistono ragioni di ordine “pratico”; molte ricerche ed attività di intervento motivazionale, infatti, hanno l’obiettivo di rispondere a domande che nascono da esigenze concrete, del tipo: “Perché alcuni giovani praticano sport e altri no?”; “Perché alcuni giovani abbandonano gli sport che praticano?”; “Cosa fare per motivare gli atleti a impegnarsi di più?”; “Come agire sulla scarsa motivazione?”. Allo stesso tempo molti studiosi, trattando di psicologia della motivazione nello sport, cercano di verificare la validità in ambito sportivo di teorie motivazionali che sono nate in altri contesti di studio.
Molte ricerche si sono concentrate sui motivi che conducono all’abbandono dello sport praticato. Tuttavia, conoscere le ragioni che conducono all’abbandono non è sufficiente a fornire spiegazioni adeguate e formulare interventi sufficienti a favorire il coinvolgimento sportivo; allenatori ed educatori sportivi, dovrebbero analizzare quali sono le ragioni che favoriscono il coinvolgimento sportivo, e successivamente impostare la loro attività finalizzandole al soddisfacimento di tali bisogni.
I primi studi estesi sulle motivazioni alla pratica sportiva risalgono agli anni ’70. Adelrman e Wood (1976), ad esempio, hanno tentato di individuare i motivi che favoriscono nei giovani la persistenza nell’attività sportiva, attraverso una ricerca condotta su circa 3.000 atleti, di età compresa tra 11 e 18 anni. I due autori si sono serviti di un modello psicologico preesistente (Birch e Veroff, 1966) che definiva sette sistemi di motivi che dirigono il comportamento umano:
1. Affiliazione,riferito alla necessità di stabilire relazioni interpersonali significative e di essere confermati nella propria capacità di stare in gruppo e di fare e mantenere amicizie;
2. Potere,relativo alla necessità d’influenzare e controllare gli altri;
3. Indipendenza,riferito al bisogno di fare cose per proprio conto senza l’aiuto degli altri;
4. Stress, relativo alla necessità di svolgere attività eccitanti;
5. Eccellenza, riferito al bisogno di acquisire abilità sportive per il proprio interesse o per primeggiare sugli altri;
6. Successo, riferito alla necessità di acquisire prestigio, approvazione, status o altri rinforzi estrinseci;
7. Aggressività, relativo al bisogno di dominare gli altri.
I risultati dello studio hanno mostrato come il bisogno di fare amicizia, di esprimere le proprie abilità sportive e di affrontare situazioni eccitanti siano i motivi che si trovano alla base della scelta di praticare una disciplina sportiva, mentre l’aggressività, il potere e l’indipendenza siano meno rilevanti nel determinare il coinvolgimento sportivo. E’ emerso, inoltre, che i giovani sono motivati dagli stessi incentivi indipendentemente dall’età, dallo sport praticato, dal genere e dalla cultura.
Sapp e Haubensticker (1978), in una ricerca che ha visto coinvolti più di 2.000 soggetti, hanno indagato i motivi che determinano sia la partecipazione che l’abbandono sportivo. I risultati dello studio mostrano come tra i motivi alla partecipazione sportiva compaiono il divertimento, l’acquisizione o lo sviluppo di abilità sportive, l’amicizia e infine il mantenimento della forma fisica; tra i motivi dell’abbandono sportivo si hanno, invece, le incomprensioni con gli allenatori e i compagni, gli infortuni, la noia degli allenamenti e l’emergere di nuovi interessi.
Anche in questa indagine viene confermato che le motivazioni determinanti il coinvolgimento sportivo sono costanti attraverso le varie fasce d’età, dall’infanzia all’adolescenza, mentre si notano differenze in relazione al fenomeno dell’abbandono. I più giovani lasciano lo sport per problemi legati al rapporto con l’allenatore, oltre che per la mancanza di divertimento, motivi che per gli adolescenti non rappresentano una minaccia alla loro continuità nella pratica sportiva; per questi atleti, infatti, l’abbandono è determinato soprattutto dall’emergere di altri interessi e solo più avanti dalla necessità di entrare nel mondo del lavoro.
Le ragioni che determinano la scelta di praticare un determinato sport sono state successivamente indagate da Gill, Gross e Huddleston (1983), che hanno individuato otto distinti fattori:
1. Riuscita/status, cherispecchia ildesiderio di vincere, essere popolari, fare qualcosa in cui si è capaci e ricevere premi;
2. Squadra, che rifletteil desiderio di far parte di una squadra;
3. Forma fisica, che rispecchiail bisogno di fare esercizio e sentirsi in forma;
4. Spendere energie, che riflette il bisogno difare esercizio e scaricare le tensioni;
5. Rinforzi estrinseci, che rispecchiail desiderio di essere approvati dagenitori, amici e allenatori;
6. Sviluppo e miglioramento delle abilità sportive;
7. Amicizia, che rifletteil desiderio distare con gli amici e farsene di nuovi;
8. Divertimento, relativoal piacere tratto dall’azione.
Solo in relazione al fattore riuscita/status, sono state riscontrate delle differenze di genere: i maschi, rispetto alle femmine, attribuiscono una maggior rilevanza ai motivi collegati all’acquisizione di status, al vincere e al ricevere premi. Rispetto all’età è emerso come per i bambini siano rilevanti le motivazioni relative ai rinforzi estrinseci e all’amicizia, per gli adolescenti l’acquisizione di competenza, il desiderio di gareggiare/eccitamento e l’amicizia, per i tardo adolescenti la riuscita/status ed infine per i soggetti dalla giovinezza a tutta l’età adulta la forma fisica.
Dall’applicazione del “Partecipation Motivation Questionnaire” di Gill, Buonamano, Cei Mussino (1993) individuano nove fattori principali alla pratica sportiva, simili a quelli sopra riportati:
1. Acquisizione di Status, relativo al desiderio di essere popolare, importante e di farsi notare dagli altri.
2. Forma fisica, che riflette il piacere provato nel sentirsi in forma e attivo.
3. Abilità, che si riferisce alla volontà di imparare cose nuove e migliorarsi sempre di più.
4. Esercitarsi in gruppo, relativo al bisogno di sentirsi parte di un gruppo.
5. Rinforzi estrinseci, relativo al desiderio di ricevere premi e medaglie, ma anche incoraggiamenti da parte di amici e genitori.
6. Amicizia, che riflette il desiderio di stare con i propri amici e di incontrarne di nuovi.
7. Aspetti della Competizione, che rispecchia la volontà di mettersi alla prova, di sfidare e sentirsi in forma.
8. Divertimento,che riflette il trarre piacere da ciò che si fa, come gareggiare o stare con gli altri.
9. Spendere Energia, cheriguarda sia la volontà di fare sport per scaricare il proprio nervosismo, sia il piacere di stare fuori casa.
Dai risultati di un’estesa ricerca è emerso come nei più giovani siano maggiormente rilevanti le dimensioni legate all’affiliazione, mentre nelle età successive prevalgano quelle connesse al bisogno di eccitazione e all’acquisizione di competenze sportive.
Rispetto al tentativo di verificare in ambito sportivo la validità di modelli teorici sulla motivazione sviluppati in altri contesti, particolare attenzione è stata rivolta alla motivazione alla riuscita e alla motivazione a evitare l’insuccesso. Diversi studi hanno dimostrato come gli atleti professionisti rispetto ai non-atleti e ai non professionisti, riportino maggiori livelli di orientamento al successo (Greco e Andena, 2008) e come un elevato livello di questa motivazione promuova una migliore performance e un maggiore divertimento (Cei, 1998; Giovannini e Savoia, 2002; Hodge, Allen e Smellie, 2008; Singer e Orbach, 2000).
A partire da questo modello teorico di base alcuni autori hanno proposto una differenziazione all’interno della motivazione alla riuscita, distinguendo tra “Orientamento al compito” e “Orientamento al Sé” (Dweck, 1986; Maher, 1989; Nicholls, 1992).
L’atleta orientato al compito è teso a mostrare un certo grado di abilità o di padronanza perché interpreta i successi in termini di fattori motivazionali e di impegno intenso. È prioritario il confronto con se stesso e la percezione che la propria competenza sportiva dipenda strettamente dai progressi realizzati nell’attività. Appare fortemente centrato sui miglioramenti rispetto a standard precedenti e tende a rimanere nello sport perché attribuisce più valore alla crescita personale che alla vittoria in sé. Le attività preferite sono quelle caratterizzate da un livello moderato di sfida che consenta di mettere in mostra le proprie capacità con più facilità. Contesti che sottolineano l’importanza dell’apprendimento e della competenza facilitano l’assunzione di questo tipo di orientamento.
L’atleta orientato al sé definisce il successo e il fallimento in base al confronto con gli avversari. La vittoria e la sconfitta rappresentano parametri attraverso cui confermare o disconfermare la propria abilità e talento innato. Il livello di competenza raggiunto non basta per sentirsi soddisfatto dei propri risultati; persevera nell’attività sportiva solo fino a quando è sicuro di vincere, dal momento che trascura il ruolo fondamentale dell’impegno nella prestazione. Preferisce cimentarsi con compiti molto facili da eseguire, in modo da massimizzare la dimostrazione delle proprie abilità e la probabilità di raggiungere il risultato desiderato, oppure con compiti molto difficili, così da giustificarne il fallimento. L’assunzione di questo orientamento motivazionale è favorita da contesti che si configurano come situazioni di confronto interpersonale, di valutazione pubblica e di feedback normativo.
La distinzione tra questi orientamenti è alla base del “Task and Ego Orientation Sport Questionnaire” di Duda e Nicholls (1992), che nello specifico misura quattro orientamenti che riflettono le condizioni che fanno sentire pienamente realizzato l’atleta:
Orientamento al compito, tipico di atleti che vogliono mostrare competenza e padronanza.
Orientamento al Sé,checaratterizza gli atleti desiderosi di continui confronti sociali per poter emergere.
Cooperazione,tipica di atleti che preferiscono svolgere attività insieme ad altre persone.
Evitamento,checonsiste nella possibilità di evitare o di non partecipare ad attività difficili o non particolarmente apprezzate dall’atleta.
In accordo con la teoria di riferimento, gli autori dimostrano come gli atleti orientati al Sé attribuiscano maggior importanza all’abilità, ai fattori esterni e al vantaggio fornito dall’uso di sostanze illecite. Gli atleti maggiormente orientati al compito attribuiscono maggior peso al grado di competenza, all’intensità dell’impegno e all’allenamento. Gli autori evidenziano, inoltre, una relazione positiva fra orientamento al compito e tendenza a percepire lo sport come divertente, interessante e stimolante l’impegno personale. Al contrario l’orientamento al Sé determina una riduzione dell’interesse intrinseco e del piacere tratto dall’attività sportiva.
Nella complessa dinamica motivazionale che regola la scelta e la perseveranza nella pratica sportiva, un costrutto sul quale la ricerca empirica e la pratica hanno posto particolare attenzione è quello di autoefficacia percepita, relativa alle convinzioni circa la propria capacità di organizzare ed eseguire adeguatamente le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati, in situazioni e contesti specifici (Bandura, 1997).
Elevate convinzioni di autoefficacia favoriscono la scelta di obiettivi stimolanti e sostengono l’impegno e lo sforzo anche quando i successi non si raggiungono facilmente o i fallimenti minacciano pericolosamente le aspettative di riuscita. Gli atleti più sicuri della propria efficacia mostrano una maggiore capacità di concentrazione, soprattutto attraverso il controllo di pensieri intrusivi e una gestione adeguata dei fattori di stress; tendono ad accettare maggiormente i rischi della competizione, mostrandosi pronti anche a fronteggiare gli inevitabili momenti di crisi. Elevate convinzioni di autoefficacia, inoltre, favoriscono la tolleranza alla fatica e il controllo del dolore, così come un più rapido recupero dagli infortuni; la ripresa funzionale richiede lunghe e noiose ore di lavoro su programmi di attività graduali, nei quali è fondamentale la capacità di scegliere e perseguire obiettivi intermedi, da cui trarre progressivi miglioramenti e gratificazioni (ad esempio Bandura, 1997; Feltz, Short, e Sullivan, 2007).
Le convinzioni degli atleti relative alla propria efficacia rivestono un ruolo centrale sia nella fase di gara, dove promuovono la scelta ottimale delle strategie, regolando il grado di sforzo e favorendo la coordinazione nell’esecuzione delle attività, sia nella fase preparatoria e di allenamento, in quanto sostegno essenziale nella costruzione e nel consolidamento di un elevato livello di prestazione (Bandura, 1997; Caprara e Pastorelli, 2002).
Costruire e potenziare auto efficacia percepita costituisce, dunque, un notevole vantaggio in ambito sportivo, per gli effettivi positivi, sopra riportati, che esse hanno rispetto al successo e al buon funzionamento del singolo e della squadra. La possibilità di potenziare l’efficacia ha una premessa irrinunciabile nella sua precisa ed affidabile valutazione che, diversamente da quanto avviene per altri aspetti psicologici caratterizzati da maggiore generalità, deve sempre realizzarsi a un livello di elevata specificità (a tal proposito si veda Steca, Militello, e Gamba, in stampa).
Riferimenti bibliografici
Alderman, R.A., Wood, N.L., (1976). An analisys of incentive motivation in young Canadian athletes,in Horn T.S., (2002), Advances in Sport psychology. Champaign, Ill.: Human Kinetics.
Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. New York: Freeman (tr. it. Autoefficacia. Teoria e applicazioni. Trento: Erickson, 2000).
Birch, D., Veroff, J. (1966). Motivation: a study of action. Belmont, CA: Brooks/Cole.
Buonamano, R., Cei, A., Mussino, A. (1993). La motivazione alla pratica sportiva nei giovani. Scuola dello Sport, Roma.
Caprara, G. V., Pastorelli, C. (2002). Le motivazioni. In D. Spinelli (a cura di) Psicologia dello sport e
del movimento umano (pp. 97-110). Bologna: Zanichelli.
Cei, A. (1998). Psicologia dello Sport. Bologna: Il Mulino.
Duda J.L., Nicholls J.C., (1992), Dimension of Achievement Motivation in Schoolwork and Sport, in Journal of Educational Psychology, 84, 3, 99-209.
Feltz, D.L., Short, S.E., Sullivan, P.J. (2007). Self-efficacy in sport. Champaign, IL, Human Kinetics.
Greenlees, I.A., Graydon, J.K., Maynard, I.A. (1999). The impact of collective efficacy beliefs on effort and persistence in a group task. Journal of Sport Sciences, 17, 151-158.
Giovannini D., Savoia, L. (2002). Psicologia dello Sport. Roma: Carocci.
Greco, A., Andena, S., Caratteristiche di personalità, orientamento motivazionale e convinzioni di autoefficacia nello sport di altro livello, presentazione orale, XVII Congresso Nazionale A.I.P.S., Senigallia, 16-18 maggio 2008.
Hodge, K., Allen, J., Smellie, L. (2008). Motivation in masters sport: Achievement and social goals.
Psychology of Sport & Exercise, 9, 157-176.
Sapp, M., Haubenstricker, J., (1978). Motivation for joining and reasons for not continuing in youth sport
programs in Michigan, in Horn T.S., (2002), Advances in Sport psychology. Champaign, Ill.: Human Kinetics.
Singer, R. N., Orbach, I. (2000). Perseveranza, eccellenza e realizzazione. Fattori generali della motivazione, implicazioni della percezione di sé nell’analisi dei potenziali di realizzazione degli atleti e caratteristiche tipiche di coloro che ottengono grandi risultati. Rivista di CulturaSportiva, 51, 28-37.
Steca, P., Militello, J., Gamba, S. (in stampa). Scale per la valutazione delle convinzioni di efficacia personale e collettiva nel basket. Manuale. Firenze: Giunti O.S. Last changed: Dec 25 2009 at 18:21 Back |
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