Psicologia dello sport AIPS
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LA VIOLENZA Chi è l'eroe senza paura che, a distanza di sicurezza, lancia sassi, bottiglie Molotov o esplosivi, l'intrepido vestito di nero con bastone e passamontagna in pose da gladiatore, il coraggioso che dagli spalti colpisce il poliziotto, l'arbitro o il giocatore avversario, il giustiziere che ripiana i torti quando la sua squadra non riesce a vincere? Il violento non fa una bravata, ma vuole far male. È difficile da capire, poiché ci è estraneo, ma non è da giustificare, poiché non è necessariamente un debole di mente. Patisce profondi sensi d’inadeguatezza e sconfitte che cerca di compensare con lo spregio verso chi ritiene migliore e non raggiungibile e con una vittoria priva di eccessivi rischi che lo dovrebbe far sentire superiore. Ha un bisogno smodato di appagamento che non giunge mai a soddisfazione e complessi d’inferiorità che crede di poter superare con imprese eccezionali che gli altri rifiutano, e così aumenta la distanza e l'inadeguatezza. In pratica, è estraneo alle regole della vita comune, un escluso dai campi costruttivi che sa di non avere altri strumenti e cerca l'unico modo di imporre la propria presenza e far capire che esiste. È come il vandalo, che può sentirsi importante solo per il danno o il fastidio che procura agli altri. È vile, poiché cerca sempre posizioni di vantaggio senza lasciare alla vittima la possibilità di difendersi. È vero che attacca le forze dell'ordine, ma solo perché queste devono stare nelle regole e non possono reagire con la stessa brutalità, e non si spinge mai dove rischia o ha la certezza di dover pagare. A volte sembra non temere eventuali danni fisici tanto da essere temerario, come quando attacca le fazioni rivali, ma la temerarietà è un espediente per dimostrare di non avere paura. Ha paura invece di misurarsi in campi nei quali si sente inadeguato, basati su precise norme culturali, abilità riconosciute e obiettivi condivisi. Agisce sempre in gruppo, perché da solo deve fare i conti con la propria insicurezza. Il gruppo, invece, offre la protezione dell'anonimato e il fascino della potenza esibita e imposta senza rischio, disperde le responsabilità individuali e garantisce l'impunità, disinibisce rispetto agli inevitabili sentimenti di colpa e permette di far crescere l'ostilità che rende lecita l'aggressione, valorizza affinità che altrove sono condannate e offre la consapevolezza di appartenere, tanto che raccoglie coloro che riescono solo a sentirsi gregari. Ha bisogno di spettatori. È un esibizionista che cerca ruolo nel gruppo, di solito come gregario che ha bisogno di appartenere o, raramente poiché i leader sono pochi, come capo sconfitto nei campi leciti della vita, che cerca prestigio guadagnandosi la foto sul giornale e la condanna dei mezzi d'informazione. Cerca una platea, come l'uomo mascherato col bastone che si avvicina più degli altri al poliziotto, e intanto li guarda per avvertire se ammirano il suo "coraggio". Passa facilmente dall'amore all'odio anche nei confronti della propria squadra: poiché cerca in ogni modo un facile appagamento, non sente ragioni e si ribella a tutto ciò che non lo soddisfa, è logico aspettarsi la vendetta quando si crede ingannato o anche solo non esaudito. Dimostra spesso di non patire sentimenti di colpa, e quindi è inutile ricorrere alla lealtà o all'amore per la maglia: chi ne accetta l'idolatria deve aspettarsi anche l'aggressione. È influenzabile e facile al plagio. È pericoloso incaricarlo, anche se inconsapevolmente, di intimorire gli avversari o vendicare la sconfitta, oppure fargli credere di essere decisivo per la vittoria, il dodicesimo uomo, o anche solo non precisargli una linea di comportamento. Se sa di avere un compito lo svolge, ma nell'unico modo che conosce. Non teme e, anzi, cerca la condanna verbale, l'insulto impotente dell'opinione pubblica: più se ne parla, più si fa il suo gioco. Come frenarlo? Arriva solo fin dove gli è permesso e cerca di evitare i rischi, e allora il primo deterrente è la certezza di pagare sempre per i propri atti, magari zittendo i troppi protettivi e protettori che li equiparano ad altre frange che hanno campo libero senza mai dover patire le logiche conseguenze. Occorre però anche chiedersi se lo sport non offra stimoli e pretesti alla violenza: l'adrenalina che giustifica tutto, il disinteresse e il cinismo dopo l'intervento violento, la furbizia arrogante e le dichiarazioni che ignorano la realtà e irridono l'avversario non sono stimoli innocui. Last changed: Dec 25 2009 ore 19:15 Back |
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