Psicologia dello sport AIPS
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SPORT E SVILUPPO DELL'ATLETA E DELLA PERSONA Lo sport è uno degli strumenti e degli stimoli più potenti per la formazione della persona, ma può essere educativo o diseducativo secondo come si propone ed è usato dall'istruttore, dalle società, dall'ambiente o dalla famiglia. Vediamo in breve le influenze dello sport su chi si differenzia per una maggior dotazione e subisce pressioni che non sa ancora tollerare. L'INFANZIA Già al primo contatto con il gioco, il bambino che si differenzia dagli altri scopre di essere più abile, di possedere una miglior coordinazione motoria e di poter prevalere sui coetanei. Questo primo favorevole collaudo gli consente di valutarsi e sentirsi considerato per qualcosa che fa meglio degli altri e, dunque, di non sentirsi troppo inadeguato nei confronti dell'adulto. Salvo che non si commettano errori grossolani. Come il trattarlo da predestinato, chiedergli troppo o troppo poco, o troppo presto o troppo tardi, sbagliare tempi e modi dell'insegnamento, non offrirgli opportunità per collaudare iniziativa, ingegno, creatività e autonomia, o sottoporlo a una specializzazione per la quale non possiede ancora i mezzi fisici, intellettivi e, addirittura, fisiologici. Nello sport vi sono convinzioni che resistono all'evidenza e a tutte le conoscenze sullo sviluppo. Si crede che più precoci e insistiti sono gli insegnamenti, i sistemi di lavoro e la specializzazione, più rapidi siano l'assimilazione della tecnica e della tattica e la formazione del carattere. Queste condizioni sono estranee al bambino, che non ha ancora le strutture nervose adatte per fare un lavoro, integrarsi o fornire l'impegno razionale e l'applicazione che si richiede all'adulto. Oppure che giocare solo per vincere, e con qualsiasi mezzo, sia un buon sistema per formare lo sportivo, mentre a livello giovanile ogni gara deve servire prima di tutto per imparare, per creare senza l'assillo di non poter sbagliare e per sviluppare qualità che subito possono non sembrarci utili, ma faranno vincere più tardi, quando sarà il vero obiettivo dello sport. E, intanto, è ora che lo sport, e prendo il calcio come esempio, si faccia un conto e una domanda. Alla professione arriva uno su oltre quarantamila che hanno iniziato, e allora è giusto trattare tutti gli altri con il sistema che dovrebbe andare bene per uno solo e alla fine rischiare di allontanarli tutti? Qualcuno dice di sì? E allora è meglio chiarire che il sistema è negativo per tutti, e ancora di più per il talento, che ha una miglior dotazione che lo rassicura e un maggior spazio per lasciar libera l’inventiva, ma reagisce come tutti gli altri: se non ha piacere per quello che fa, si stufa e perde gusto allo sport. Vi è una considerazione ovvia, ma ignorata: l'infanzia, come sa la scuola elementare, non cerca l'accumulo di conoscenze definitive, ma lo sviluppo di capacità di fondo che sono la "base" dei comportamenti successivi e di tutte le conoscenze. Mi riferisco alla capacità di criticare, di capire e di decidere. Al sapersi correggere e trovare da soli le soluzioni. Alla sicurezza e al coraggio per provare e non tirarsi indietro di fronte alla difficoltà o al rischio di non farcela. Alla consapevolezza di potercela fare con le proprie forze e che ci può sempre essere ancora una soluzione e dipende da noi il trovarla. Alla garanzia che un errore può essere apprezzato per l'impegno e le intenzioni. Alla padronanza dei propri mezzi e delle situazioni, all'iniziativa consapevole e non comandata. O a tutto ciò che serve per essere sempre più adeguati alle esigenze dello sport, che sono eccessive sole se lo sport continua a ignorarle o a non preparare ad affrontarle. Non ingabbiamo, quindi, il bambino in schemi che non capisce e lo costringono solo a imitare, ma sviluppiamo tutto ciò che possiede in potenza, e su quello modelliamo gli apprendimenti e gli sviluppi successivi, compresi la specializzazione tecnica e tattica, l'insegnamento e l'assimilazione del gesto tecnico del campione. Oggi si capovolgono ancora i tempi e si costruiscono pochi schemi stereotipati su una base troppo stretta. E si penalizza proprio il talento, che ha più mezzi da scoprire e sviluppare ed è tale perché sa creare il proprio gesto, e non solo perché sa imitare meglio il campione. Dunque, uno sport attento alle qualità di ognuno e delle fasi di sviluppo dà al bambino l'opportunità di un confronto con i coetanei e con modelli raggiungibili, la possibilità di valorizzare la propria dotazione individuale, di eseguire o di imitare il campione senza rinunciare ai propri caratteri specifici. Ma offre anche l'opportunità di addestrare l'intesa, la comunicazione, l'inventiva, la cooperazione e quelle qualità innate il cui sviluppo richiede preparazione intellettiva e culturale. I RISCHI E I CONDIZIONAMENTI Al momento lo sport e la famiglia impongono ancora un primo collaudo improprio, che può diventare col tempo fattore di squilibrio evolutivo. Può, infatti, avviare lo sviluppo di tratti del carattere che più tardi diventeranno abitudini. Come, per esempio, il considerarsi il soggetto che condiziona, vince e ha tutti ai propri servizi. È chi non è allenato a essere costruttivo: non si sa porre alla pari e, dunque, non impara e non coopera, tanto che ha difficoltà ad adattarsi alle richieste dello sport e, di conseguenza, non arriva al collettivo, cioè al livello nel quale è essenziale l'integrazione dei contributi di tutti. Come il privilegiare settori e situazioni garantiti dalla migliore dotazione personale per rassicurarsi nei confronti degli altri, e l'evitare situazioni in cui si deve sottostare a condizioni non "facilitate" e ci si deve misurare alla pari. Sappiamo come un simile atteggiamento sia un limite fuori dello sport, dove si trascurano altri settori e possibilità e non si può realizzare una piena evoluzione. Questa, infatti, ha bisogno di percorsi non pianificati o garantiti e di confronti nei quali si può perdere, ma si devono impiegare ingegno, creatività, iniziativa, invenzioni e prontezza per capire e correggersi. Ma è un limite anche nello sport, in quella che credo sia la degenerazione dello sport giovanile, che vede tutto in funzione della gara subito, e solo per vincere. Ovvio, lo sport e il naturale desiderio di competere vogliono prima di tutto la vittoria, ma l'atleta costretto a non rischiare, a usare e scegliere solo mezzi e gesti già collaudati e percorsi senza rischio, a non poter uscire da direttive rigide o a impiegare tanti marchingegni invece di allenarsi a creare soluzioni, può vincere una gara, ma non sviluppa tutte le risorse di cui dispone. E non ne impara l'uso, che, man mano che si va avanti, diventa lo strumento essenziale per lo sport. L'obbligo di vincere, inoltre, è connesso a una paura eccessiva di perdere, e alla fine si arriva ai trucchi e qualche volta agli aiuti artificiali, tutte scappatoie che incidono allo stesso modo sulla persona e sulle qualità che servono allo sport. E, ancora, come il finire per non sentirsi all'altezza di ciò che si aspettano gli altri, e qui parlo dell'istruttore, ma più ancora della famiglia. Nella mia pratica di osservatore dello sport ho visto ogni tipo di genitore. Quello che manipola la realtà per proteggere il figlio da qualsiasi difficoltà e impegno fuori dello sport, compresi a volte addirittura quelli formativi, come la scuola. Quello disposto a tutto, fino a mentire o prostrarsi, pur di farlo vincere. Quello rigido e troppo correttivo, che guarda solo agli errori per "formargli il carattere". Quello che non valorizza l'impegno e le intenzioni e, dunque, toglie il coraggio per provare ad andare oltre e rischiare quando è possibile non riuscire. Quello che lo mette contro tutti per abituarlo a difendersi e a manipolare le situazioni a proprio vantaggio. Quello che vede solo i traguardi magici e toglie valore a ciò che il figlio può realmente fare, o lo obbliga a valutarsi solo per i successi, quando il bambino non ha ancora la maturità e la preparazione per assorbire le inevitabili sconfitte. Si potrebbe continuare, ma vediamo anche i casi favorevoli o, meglio, com'é il genitore che sta dalla nostra parte. È quello che crea un clima armonico e struttura lo stile di vita del figlio su un positivo equilibrio personale, sulla capacità di valutare in modo realistico le proprie forze e le difficoltà da affrontare, sulla disponibilità a mettersi sempre alla prova e a vivere lo stesso equilibrio anche nei rapporti con gli altri. L'essenza dell'educazione diventa allora un clima in cui contano prima l'impegno e le intenzioni, e solo dopo le realizzazioni concrete. Queste verranno più tardi. Subito servono il coraggio per giocarsela sempre tutta e saper stare con l'"altro", che è il fare tutta la propria parte e il vivere rapporti fondati sulla cooperazione, sul riconoscimento e sul rispetto reciproco, cioè su quell'intesa costruttiva senza la quale non si hanno evoluzione e apprendimento. LA PREADOLESCENZA E L'ADOLESCENZA Verso i dodici anni, il preadolescente che si distingue nel gioco e nelle prestazioni ha già evidenziato certe attitudini che influenzano l'ambiente. Il modello educativo familiare, per esempio, può subire un cambiamento radicale perché troppi genitori rinunciano al ruolo di figura-guida. C'è chi diventa permissivo e meno esigente altrove, e dunque non chiede responsabilità al figlio, purché s’impegni nello sport, che è diventato l'"obiettivo". Chi lo manipola con giudizi eccessivi, perché è convinto che così lo possa "caricare", o al contrario, con la delusione o una maggior durezza per "formargli il carattere". O quello che lo lascia solo perché non crede nello sport o lo vede in contrasto con la scuola. In ogni caso, è più probabile che gradualmente i naturali conflitti tra genitori e figli si sopiscano per una più concreta affinità d’interessi e di obiettivi o, semplicemente, perché il figlio prende in mano la situazione. Vediamo, per esempio, il genitore all'apparenza più rigido e severo, ma che in realtà recita la parte del servitore della carriera o delle pretese del figlio (al "campioncino" magari si urla anche, ma alla fine si permette tutto). Oppure quello che, di fronte alle sue logiche difficoltà, perde obiettività e senso critico e le attribuisce alle "preferenze", a strani interessi o all'incompetenza dell'allenatore. La conclusione, il genitore che cerchiamo utile è quello disponibile a un incoraggiamento realistico e alla responsabilizzazione, mentre ne troviamo molti che creano nuove illusioni, a cominciare da quella troppo abituale di possedere capacità superiori a quelle reali. La stessa illusione, a volte, prende anche noi: al campioncino concediamo tutto, gli permettiamo di sentirsi sopra le regole, gli chiediamo che ci vinca la partita o che ci faccia diventare l'allenatore "più importante", oppure diventiamo troppo esigenti, perché secondo noi può tutto, ma soprattutto non ci può deludere. La preadolescenza e l'adolescenza, dunque, sono momenti di collaudo e di verifica sempre più intensi, nei quali l'intesa o il confronto con i coetanei possono diventare grandi stimoli evolutivi o, al contrario, motivi d’insicurezza. Ma, in modo paradossale, questo collaudo conta sempre meno nello sport, dove il giovane è ormai entrato in un processo di formazione "industriale", che offre apparenti garanzie di "essere nel giro" in modo definitivo, ma toglie anche molti stimoli ad evolvere. Dice Trapattoni che adesso abbiamo ragazzi "bravini", ma tutti uguali, che si applicano con diligenza, ma aspettano sempre di essere imboccati. Non vede più vampate d'ingegno o ragazzi presi dalla loro iperattività disordinata, capaci di meravigliarci o di farci capire che sotto c'è la creatività e l'inquietudine del talento. Quindi abbiamo una sicurezza nello sport che è solo apparente, perché fuori non è cambiato nulla. Il ragazzo che ha acquisito una misura appagante, ma non realistica di sé nello sport, non ha eliminato le difficoltà negli altri campi. Questo è il motivo più rilevante del ricorrente abbandono della scuola o di una frequenza improduttiva, se non spesso solo formale. A questo proposito, le società dicono di sorvegliare, ma scopriamo che tante scuole sono facilitate e che "la scuola prima di tutto" passa in sottordine appena lo sport va in crisi. E quelli che vanno avanti? Troppi abbandonano gli altri interessi, e il fatto non è irrilevante. Chi non è esercitato in tutti i settori, e soprattutto in quelli necessari per maturare in armonia con il proprio ambiente culturale, finisce per non essere all'altezza delle sue possibilità neppure nello sport. L'INGRESSO NEL GRANDE SPORT E arriviamo all'ingresso nel grande sport, al gran salto, al passaggio nel settore giovanile di una grande società. Troviamo ragazzi che non conoscono i loro limiti e mezzi o ciò che devono dare, confusi da pressioni e attese più grandi di loro. Lo sport, infatti, prima esercitava pressioni generiche, e quindi neutralizzabili, mentre adesso che non si può più fallire diventa ancora più oppressivo. Non dobbiamo, quindi, fermarci all'apparente sicurezza. In una ricerca su una Nazionale giovanile di calcio avevo rilevato tutti i segni positivi che ho sempre trovato nei talenti dello sport: intelligenze buone, originali e anticonformiste e una grande vivacità creativa. Per contro, però, anche alti livelli di ansia e insicurezza, blocco della creatività, dell'originalità e dell'iniziativa e un sottofondo polemico e reattivo non prevedibili, che rendevano problematico l'apprendimento e la partecipazione a un gioco collettivo. Tutto ciò è connaturato al talento o è una conseguenza dello sport e delle pressioni disordinate delle famiglie? Il soggetto che spicca nello sport di alto livello è un tipo sicuramente difficile, perché mette insieme ingegno e irrequietezza, ma l'esperienza conferma che con una guida corretta, attenta ai momenti dello sviluppo, capace di sviluppare l'atleta e la persona, disposta a lasciare spazio alla creazione e all'ingegno anche a spese di corrette esecuzioni, e paziente nel non chiedere subito ciò che sarà possibile solo più tardi, si riesce a portare ognuno a esprimere in modo armonico tutto il proprio talento.
Last changed: Jul 31 2009 at 17:25 Back |
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